|


|
Canonico Ronsini

23.06.1811 Rofrano
20.09.1879
In questa pagina ricodiamo il canonico Ronsini per la
sua opera :
CENNI STORICI SUL COMUNE DI ROFRANO

CENNI STORICI
SUL
COMUNE DI ROFRANO
Stabilimento Tipografico Nazionale
Salerno 1873
ALLA
SUA CARA PATRIA
QUESTO TENUE LAVORO
CHE DELLA PATRIA
SVOLGE L’ORIGINE
E NARRA LE PROSPERE ED AVVERSE VICENDE
PERCHE’ LA MEMORIA DI GLORIE E DI SVENTURE
ED I MOMUMENTI DELL’ETA’ PASSATA
SIANO SPRONE ALLA VIRTU’
FRENO AL VIZIO E BASE AL PROGRESSO
DOMENICANTONIO RONSINI
SPINTO SOL DA CARITA’ DEL LOCO NATIO
OFFRE
RICONOSCENTE ED OSSEQUIO
In
una lite demaniale, che verte da secoli, e ferve ancora tra Rofrano ed i Comuni
limitrofi al suo mezzogiorno, il consiglio Municipale Rofranesi mi addossò
l’incarico di studiar le Produzioni , ed illustrar la controversia. Per
riavviare il bandolo dell’avviluppata matassa, fui costretto a spolverare voluminosi
Processi, e frugar nei pubblici e privati archivii, per trovare all’uopo altri
titoli, e scritture vetuste. Frutto di tali indagini son le copiose notizie,
che pubblico in questa memoria a sol fine, che non ricadano nell’obblio, e
posson somministrare le prima fila, con cui qualche altro più valoro, ch’io non
posso, possa essere l’istoria patria.
I.
Corografia e Topografia
Rofrano
è Comune di 3^ classe del Circondario di Vallo della Lucania, del Mandamento di
Laurito. Dipende dal Tribunale Civile e Correzionale di Vallo, dalla corte di
Assise di Salerno e dalla Gran Corte di Napoli. E’ tra gradi 33°, 7’ 12’’ di
longitudine Est dal Meridiano dell’Isola di Ferro, e di latitudine Nord 40° 12’
13’’.
Confina
a Sud con Rocca Gloriosa , da cui dista otto miglia, e con Torre Orsaia, e ne
dista sei miglia; ad Est con Caselle in Pittari, da cui dista otto miglia, e
con Sanza, e ne dista dodici miglia ed a Sud-Ovest con Laurito ed Alfano,
distando miglia quattro dal primo, e due dal secondo. Dista dal Golfo di
Policastro, e Porto di Scario dieci miglia, si eleva sul livello del mare metri
450.
Si
addossa ad un colle isolato di roccia stratificata al confluente del Faraone ,
che lo bagna a ponente, e del Carcillo, che lo bagna a mazzoggiorno: le
abitazioni occupano tutte le pendici meno la settentrionale: sul colle siede
cavaliere, e gli sovrasta eminente la chiesa, per ricordare che Dio dev’essere
il centro, e l’apice de’ nostri pensieri: ha staripevole balza al Nord, ed
all’Ovest, men difficile accesso al sud, facile all’est, dove gli si annette un
borgo, che allargarsi nel piano, ed or ne forma la parte principale.
Situato
in mezzo a due diramazioni opposte di monti che al Sud si arrestano a breve
distanza e lasciano un vano a traverso del quale si scorge il golfo di
Policastro, ha un Orrizonte angusto, e limitato dalle cime de’ monti, ma la
sterilità, e la monotonia vi sono stranieri . Prospetta monti di svariate
altezze, figure tinte, e vegetazione , prospetta colline, convalli, selve,
campi, oliveti, vigne, case rurali numerose, fiumi, ruscelli, burroni, ed al
Sud Alfano, Rocchetta, Roccagloriosa, il mare. Chi voglia sostenere la fatica
di salire sul Centaurino, o sul Gelbison, spazierà la vista in un panorama
immenso, ed incantevole. Perciò gli Ufficiali Topografici han prescelto questi
monti per le loro Geodetiche operazioni, erigendo sull’uno , e sull’altro
piramidi di pietra, ad uso di punti Trigonometrici.
II.
Origine
La
desinenza del nome Rofrano accenna ad una derivazione da altro luogo; ed il
riscontro io trovo nell’antica nell’antica Rufra, o Rofrio ricordata da’
Latini scrittori.
Virgilio
nel VII° dell’ Incide ci fa assapere, che Ebalo figlio della Ninfa Sebetide, e
di Telone Re di Capri, non contento del paterno retaggio, aggiungeva a suoi
domini Rufra ed altre conquiste.
Late jam ditione premebat
Sarrasteis populus, et quae rigat aequora Sarnus,
Quique Rufras, Batulumque tenet atque avra
Celemmae,
Et quos maliferae despectant moenia Abellae
Teutonico
ritu soliti torquerre cateias,
Termina queis capitum raptus de subere cortex,
Aeralaeque
micant peltae, micat aereus ensis.
Rufras,
non Rufas leggo nell’Edizione del Bonelli col Comento di Servio, Venezia
1574 : e così lesse e tradusse Annibal Car delle genti,
Che
Sarno irriga insignorissi apresso Di Batullo, e di Rufra, e di Celenne,
E
de’ campi fruttiferi di Avella
Mezze
picche avean queste alla Tedesca
Suveri
scortecciati , e di metallo
Bricchieri
alla sinistra, e stocchi a lato.
La
stessa Rufra è ricordata da Silio Italico L.VIII v. 564, dove facendo la
rassegna de guerrieri interventui alla battaglia di Canne, dopo i Campani,
specifica i Sanniti, a’ quali seguono i Bruzii, i Lucani e gli Irpini.
Adfuit et Samnis, nondum vergente
favore
Ad Poenos , sed nec veteri
purgatus ab ira,
Qui Batulum , Mucrasque colunt,
Boviana quique
Exercent lustra , aut Caudinis
faucibus haerent,
Et quo saut Rufrae, aut quos
Esernia, quosque
Obscura incultis Herdonia misit ab agris.
Venne il Sannità anch’esso , non ancora
Chiaritosi in favor degli Africani,
Ma neppur terso il cor dall’ira antica,
L’abitor di Batulo, e di Mucra,
Ed i cultor de’ boschi di Bojano,
E quei che alle Caudine fauci annidano,
E quei che Rufra, o Isernia, o che
spedio
Dalle campagne incolte Erdonia oscura.
La
ricorda Livio, Dec. 1.^ L. 8. Edodem tempore ( 429 della città ) etiam in
Samnio res prospere gestae: tria oppidia in potestam venerunt, Allifae,
Callifae, Rufriumque, Ager primo adventu consulis ( Lucio Cornelio ) longe
lateque devastatus.
Il
Nardi lesse non Ruffium, ma Rufirum, è così tradusse------
((
Nel medesimo tempo anche nel Sannio successero le cose prosperamente: e tre
città vennero in potere de’ Romani, Alife, Calife, e Rofrio, e l’altro contado
nella prima giunta del Console fu per tutto saccheggiato, guasto.))
Anche
qui Rufrio è situato nel Sannio, e tra citta di qualche considerazione, cui per
sicurezza di Roma L. Cornelio stimò occupare, venendo appaiata ad Alife città
al Sud-Ovest di Boviano decorata di Teatro, Circo, Anfiteatro, Aquilotto,
Terme, mura.
Ne
parla Catone il vecchio ancora De Re Rustica c. 134 intilotato ---- Ubi
utensilia emantur. Edizione di Benedetto Ettore, Bologna 1504 Trapeti Pompeiis.
Nolae ad Rufrium Ateriam Claves, clostra Romae, ac Hamae. Urinae oleariae urcei
aquarii, vinariae, urnae, et alia vasa aenea Capuae. Nolae fiscinae Campanile
caniae utiles sunt. Gli infratoi di olive si comprimono a Pompei. I Campanelli
nelle vicinanze di Rufra Ateria. Le chiavi, e le serrature a Roma, ed a Hama. I
vasi d’olio da becco sottile, gli orciuoli da acqua , l’urne vinarie, gli altri
vasi di metallo a Capua. Di Nola son da usarsi le fiscelle urticee della
Campania.
Infine
due lapidi rinvenute sur un braccio della via Latina, presso l’Osteria di Tora,
parlano espressamente di coloni Rufrani, e Vicani Rufrani.
Dalla
descritta Rufra, o Rofrio opino ab. Traili, che abbia a ripetersi l’etimologia
di Rofrano, e l’origine di Rofrano vetere.
Egli
è vero che questo Comune è nella Lucania, mentre non solo Livio, e Silio
apertamente, ma ancora gli altri scrittori citati, se vadano bene intesi,
metton Rufra nel Sannio. Ma non è a dubitarsi, che la Lucania ripete l’origine
da una di quelle grandi Colonie, che il Sannio per cresciuta ed esuberante
popolazioneera solito sbandire, ed obbligare a prendere stanza, ove meglio lor
convenisse. Lo attestano gli storici chiaramente, Secondo Stradone L.V.
Antiquissima Sabinorum gens est, et indigena. Ab his porro Lucani a Samnitibus
genus trahunt….. generis ( dei Lucani ) auctores ipsi Samnites.
La
conferma di Plinio. L. III. C. 5. Lucani a Samnitibus orti duce Lucio. Ed il
traduttore di C. Sempronio in Descrip. Orbis (( da velia al Silaro fiume
abitato da Lucani così nominati da Lucio principe de’ Sanniti. )) Da’ quali
testi si rileva, che la Lucania non solo ebbe l’origine da’ Sanniti, ma ancora
il nome dal loro Induperatore Lucio. Perché prima si chiamava Enotria , ----
ora seu regio Tarentum intere t Poestum protensa, ----- forse anche Ausonia,
Italia, e da Greci Esperia, prendendo questi nomi nel primitivo loro stretto
senso, che poi fu ampliato a tutta penisola dall’arbitrio de’ conquistatori.
Non
dissimulo, che Servio, chiama Rufra oppidum Campanile, e dietro lui i
Commentatori di Virgilio, gl’Istorici più celebri della Campania, ed i Geografi
metton Rufra nella Campania, e circoscrivono le conquiste di ebalo alla parte
Orientale della Campania verso il promontorio di Minerva, a’ Picentini, ed
agl’Irpini. Per uscir da questo imbarazzo possono farsi due ipotesi, ammettendo
o due Rufre, una nel Sannio, ed un'altra nella Campania, o una sola, ma che
appartenne, in un tempo alla Campania, ed un altro al Sannio.
La
prima ipotesi è adottata dall’Ab. Antonio Racioppi ( regno delle due sicilie
descritto, ed illustrato) . Egli mette la prima nel Sannio de’ Pentri, e
propriamente, seguendo il Trutta ( Antichità Allifane), presso la terra di S.A
ngelo Raviscanino cinque miglia al Nord di All’ife, dove si trovano, infatti
rimarchevoli avanzi di Antichità. Ragiona dell’altra nel mondo seguente. ((
Sull’autorità di Virgilio , e di Servio , che dice castelli della Campania
questi due villaggi, Nicola Corcia ( Storia delle due Sicilie ) crede che Rufra
nell’odierno Casale di Cisterna , Batulo nella contrada detta Molara du
Brusciano a poca distanza della stessa Cisterna: v’ha nel sito di quella una
cava di pietre molari, e ciò giustifica quel che dice Catone , ch’è del 1504,
non trovò ne le pretese macine di molino, né il preteso Agro di Nola, né
Batulo. Nolae ad Rufrim Ateriam vuol dire, che i campanelli si compravano
presso Rufra Ateria. Se si prende Nolae per la città, le parole non hanno alcun
senso, o direbbero, che Nola è vendibile presso Rufra. Veggo bene, che il
Corcia abbia letto Molae ( trusatiles, ‘et Asinariae ) cioè macine, ne
ricuserei tal variante de’ Critici ; ma in tal caso dal testo di Catone non si
rileva l’aggiunto, ch’è base a tutto l’argomento, cioè, che avevasi dall’Agro
Nolano. Indi il Racioppi aggiunse (( A dir vero due lapidi rinvenute presso
l’osteria di Tora sulla via Latina nelle quali sono espressamente nominali i
Coloni Rufrani, ed i Vicani Rufrani, darebbero qualche peso
all’opinionecontraria, che la crede in Presenzano, se il luogo di Virgilio, in
cui Rufra è posta tra le pianure irrigate dal Sarno, ed Avella non togliesse
ogni ombra di dubbio)). A me, debbo confessarlo resta tutto il dubbio, e mi fa
più peso il luogo dove furon trovate le lapidi, che il luogo che vuol dedursi
sol dall’ordine delle parole di Virgilio. Se vale l’argomento dedotto
dall’ordine , con cui Virgilio nomina i luoghi, potrà con altrettanto dritto
conchiudersi, che i Bruzii son tra i Sanniti, ed i Lucani; perché Silio Italico
così li dispone nella citata rassegna. Questo sarebbe un granchio preso a
secco. Non parmi valevole a basar Geografiche, ed Istoriche verità una favole
poetica realitva a tempi, in cui i Re eran dominatori di un solo paese, le
Regine eran Ninfe del Sebeto, e le cortecce di suvero scusavano le celate, ed i
cappelli. Ben altro valore ha la prova sommnistrata dal luogo, ove furon
trovate l’Epigrafi, anche perché l’Osteria di Tora poco dista da All’ife, dove
Livio, mette il teatro delle prodezze, di L. Cornelio, e questo braccio della vita Latina riusciva a Rufra,
come avvisa lo stesso Racioppi: val dire, che si accordano la Storia, ed i
monumenti a favor di Presenzano, o piuttosto di San Angelo Raviscanino del
Trutta.
Adunque
non parmì plausibile la prima ipotesi, ed inclino alla seconda . Parmi che
dagli autori si acceni ad una sola Rufra
col divario , che in verso è detta Rufra o Rufa, ed in prosa Rufro o Raffio,
parmi pure che in epoca potè appartenere al Sannio, ed in un altra alla
Campania.
E’
innegabile che gli Istorici nel riflettere i limiti del Sannio, ed i Geografi
nel descriverli discordano tra loro, e spesso con se stessi. La ragione è nelle
vicende del Sannio. Popoli bellicosi, com’erano i Sanniti, or acquistavano, or
perdevano in estensione territoriale, secondo la volubile fortuna delle armi.
Quindi
han variato gli Storici, perché han variato le vicende, ed i confini del paese.
Ma nel colmo di sua potenza il Sannio,
come dice Cantù, superva Roma per popolazione e territorio, allargandosi dal
mare Inferiore al Superiore, dal Liri alle Montagne Lucanecnei paesi, che ora
diciamo Principato Ulteriore, Abruzzo
Citeriore e Terra di Lavoro. Vi fù un tempo, che invasero la Volturnia, cui
applicarono il nome di Campania, cioè pianura e presero il nome di Sanniti
Campani, e Mamertini o soldati di Marte. Che più? Nola stessa, presso cui si
mette la Rufra Campana, fu prima collegata co’ Sanniti, quando insieme
presidiarono Palepoli e Napoli, e poi a’ Sanniti sottoposta, e secondo Capaccio
L. II, pag 462 Nolam im Samnio costituit Epitome Livii. I popoli Sarrasti e le
rive del Sarno un di conquistate da Ebalo , furon poi soggette a’ Sanniti, che
sulla diritta si mantennero a Pompeja sino all’anno 308 avanti l’era volgare, e
sulla sinistra nell’anno di Roma 444 possedevano l’Agro Nucerino . Adunque dato
pure che Rufra in qualche tempo appartenne alla Campania, potè in altr’epoca
essere in potere de’ Sanniti.
Veramente
non si sa con precisione il tempo in cui la Lucania o Lucana colonia fu
dedotta. Sembra, naturale che i Sanniti occupassero prima il Volturno e Capua, lo che avvenne nell’anno 331, e poi
si slargassero nella vostra regione. Ma tre anni prima, cioè nel 328 di Roma si
erano avanzati sino al fiume Lao, quando già si eran resi padroni di Posidonia.
Neppure
si sa con precisione da quale delle otto regioni del Sannio fu distaccata. Il Corcia, crede
che la colonia, la quale formò di gran popolo de’ Lucani, si distaccò, nel
paese de’ Pentri, ove trovansi la Liviana Rufra, si distacco dal paese , ed
Allife: poggia la sua opinione sull’Omonima che vede tra il fiume Calore del
Sannio Pentro, ed il Calore della Lucania, ripetuto nella Valle di Diano, e di
S. Angelo Fasanello.
L’opinione
dell’Illustre Scrittore è avvalorata da altri omonimi. Il monte Rotondo
controforte del Matese nel Sannio Pentro è replicato nel Monte Rotondo sito
sopra Rofrano Vetere.Sepino centro del Sannio Pentro fu fondata nel sito detto
Altilia ed esso medesimo chiamato Altilia. Giacchè non si veggono che in
Altilia le torri, e le fortificazione, che diedero tanto da fare a Papiro
Cursore Achille de’ Romani. Tale opinione è confermata dal freccia. L. II. Che
dice: legitur apud aliquos exeplum vetustae inscriptionis, quae est in janua
Sepini, antiqua urbe Samnitum, dicta Altilia a nonnulis, corrosum et diminutm (
anche il Romanelli dice ( p.II. p: 448 ): altre iscrizioni trovate nel sito
Altilia, e riportate dal Galanti non ci lasciano dubitare che questo sia stato
il sito dell’antica città. Ora quattro miglia lungi da noi sorge tra Laurito, e
Montano una ben altra montagna chiamata Antilia, ove alcune abitazioni furono
un tempo: ora di esse appena picciolissime vestigia si vedono: la ricorda
Bernardino Rota in que’ versi.
Teque etiam, Antilie, passis te maesta capillis,
Quam
Pan erudiit susceptam Molpide Nympha
L’Alife
del Pentro è accennata in Alfano, quasi Alifano, paese che dista da noi due
miglia. Nella tavola Peutingeriana è segnata la stazione di Pirum nel Sannio
Pentro forse presso campolieto: ed a 10 miglia da Rofrano è San Giovanni a
Piro. Tante omonimie non possono attribuirsi a casualità, se altri pria no
adotti il sistema atomistico. Esse dimostrarono almeno la persuasione dei
nostri antenati di essere oriundi del Sannio Pentro. In qualunque supposizione
non perde forza un mio dilemma. Se i Sanniti condotti dal Principe Lucio
sciamarano sulle nostre regioni quando Rufra faceva parte del Sannio, il mio
argomento non va soggetto a difficoltà. Se avvenne quando faceva parte della
Campania, ciò neppur mi nuoce; perché queste ondate di popoli migranti, come
una valanga, che rotolandoingrossa, avvolgevano quanto lor si presentava nel
cammino, e però si cacciarono innanzi i limitrofi Rufrani, che alla nuova
patria diedero il nome dell’antica.
Neppur
dissimulo, che l’annotator di Virgilio ad uso ed il Cluverio confode Rufra con
Ruvo. Ma questo è chiamato Rubi, non Rufra da Orazio serm: L.1.
Sat: 5.
Inde Rubos lassi pervenimus
utpote longum
Carpentes iter, et factum
corruptius imbri
Dopo un lungo cammino, e dalla pioggia
Renduto più malvagio, a Ruvo alfine
Lassi giugniamo.
Ed
è non già nel Sannio, o nella Campania, ma nella Puglia Peucezia, secondo
Filippo Ferraro, in addit: ad Calepinum, Rubi Rubus quoque, vulgo Ruvo, urbus
non Campaniae, ut scribit Calepinus, sed Apuliae Peucetiae: Populi Rubustini
Plinio. Né Rufra poi né Ruvo devon confodersi con Rudia patria di Ennio, che
secondo Ferraro nel luogo citato è nella Calabria di Sallentini distante due
miglia da Lecce, ( Aletium ) Rudiae urbs Calabriae Salentinorum excisa apud
Alctium, vulgo Ruje 2. m. p. littus versum.
E
così Volle provare in una dissertazione l’abate Domenico De Angelis. Ma secondo
il giudizioso Tafuri è in vicinanza di Grottaglie otto miglia al di là di
Taranto nel luogo dello Rugge. Perché Tolomeopose Rudia come città primaria de’
Sallentini, e la Sallenzia aveva principio al di là di Taranto. Ivi, dice il
Tafuri sono ruderi, ed il nome di una Rugge, che deve perciò riconoscersi come
la patria del più antico Epico Latino, il quale è detto Tarentino da Eusebio,
non per altro che per la vicinanza di Rudia a Taranto.
Potrebbe
dedursi l’etimologia di Rofrano, o Roferano, come è pur detto in antiche
scritture, dalle roveri di cui abbonda; quasi Roverano cambiando L’F nella
affine V, ma le ragioni fin qui esposte mi sembran sufficienti a conchiudere
che da’ Sanniti Rufrani abbia avuto il nome , e l’origine Rofrano Vetere.
Questo era sito circa quattro miglia al Nord-Ovest del Nuovo sotto monte
Rotondo. Era in piedi, almeno il suo Cenobio, a’ Tempi di Teodosio, ed onorio,
e forse anche a tempi di San Benedetto, come può raccogliersi dalla vita di S.
Elena. Nunc seges est ubi fuit: vi germoglia il grano, onde nella vita di detta
Santa è chiamato Horreum Rofrani. Ne avanza il nome conservato nel linguaggio
comune, ed in molti antichi documenti, e sul luogo i ruderi del Cenobio, e
della chiesa, sparsi rottami di mattoni, embrici, e creta cotta.
Gli
diedero un tal nome per quel naturale pendio, che hanno le nazioni migranti
d’imporre a’ novelli luoghi da essi posseduti un qualche nome, che loro rammenti
quelli che furono abbandonati, e dove pur tante memorie carissime lasciarono.
Così da Ippolce capo degli eritreesi nato in Cuma di Eubea ebbe il nome la
nostra Cuma . Così la nostra Trecchiana sopra Maratea ebbe il nome di Trecchina
vicina alle Termopile. Così il fiume Galeso presso Taranto fu chiamato Eurota
da quello che scorreva presso Sparta. E di tal’ uso abbastanza esempì
riccorrono a nostri giorni nell’America.
Egli
è naturalmente che Rofrano nuovo sia derivato dall’antico. Esso si formò ad un Cenobio
Basiliano sito presso la di Grotta Ferrata, dove ora toreggia il palazzo
Baronale.Qui si ridussero gli abitanti di Rofrano Vetere, e vi formarono una
mediocre agglomerazione con altri avveniticci di un paese, sito su di una balza
tra Rofrano, e Laurito che vien chiamato Fugento in Diploma di Ruggiero (
Antonini, Lucania ). Si serbò memoria del fatto nell’antico suggello di
Rofrano, che ha l’effigie della Ssma Vergine con un Basiliano proteso ai suoi
piedi, ed all’esergo il nome del Comune. E’ innegabile, che i conventi furon
folocajo d’istruzione, di commercio, e di vita industre, ed ospital capanna,
dove i nostri padri ricoverarono la testa minacciata dal Barbaro, e dal Barone.
Così Nacquero nella Svizzera Sangallo e Dissentis, così Zurigo e Lucerna, così
Appenzel Glaris, e Sciaffusa. Così nella Toscana Castellonuovo dell’abate,
Gello dell’abate, Vico dell’abate, e tanti altri nomi consimili ricorrenti
segnano luoghi nati per opera di monaci. Così molte città nel titolo di un
Santo conservano l’impronta di simile origine.
Quindi
l’antichità di Rofrano Nuovo si riduce a quella del Basiliano Cenobio. Or in
qual’anno questo fù fondato?
Ruggiero
II. Primo Re di Sicilia con suo Diploma dato dal Real Palazzo di Palermo
concede la badia ed il Feudo di Rofrano ad un Leonzio abate Basiliano, che al
tal uopo si era recato un Palermo. ( Documento A ) La data è di Aprile
Indizione IX che corrisponde, secondo i Muratori ed altri eruditi, all’anno
1131 e dell’anno del Mondo 6639, che secondo il computo ordinario, cade
nell’inteso 1131. Ma con siffato Diploma conferma al detto abate concessioni
allo stesso fatte dal suo antecessore
Guglielmo e prima da Ruggiero suo cugino. Questo ultimo successe al Ducato di
Puglia e Principato di Salerno a’ 27 Luglio 1085 al padre Roberto, che tale
l’aveva nominato nell’1081, e dichiarato suo successore a discapito di
Boemondo. Dunque il Cenobio di Rofrano esisteva già nella seconda metà del
secolo XI. Si vede poi agevolmente, che codesti Normanni non fecero, che
legalizzare, e consolidare l’autorità di tali Basiliani Toparchi sul paese nato
per opera loro. Ciò risulta dal tenore del Diploma stesso, e ne risulta ancora,
che la Baliade Chiesa di Rofrano era fiorente, e con giurisdizione amplissima
sopra undici Grancie, e che fiorente era il feudo di Rofrano stesso, di sui
descrive gli stessi confini. Or la condizione della Chiesa e del Feudo fanno
argomentar la data del paese: si sa, che i fedeli fondano, e dotano le Chiese:
il feudo ordinariamente è posteriore al Paese, e nel caso nostro il paese
suppone anteriore l’esistenza del Cenobio. Dunque bisogna indietreggiare la
fondazione al Cenobio almeno nell’antecedente secolo X. E ce ne porge ragione
un altro plausibile documento.
S.Nilo
( Vita S.Nili, interprete Sirleto penes Marten Vet. Script. Coll. I. VI c. 715.
Salmon t. XXIII.) nato in Russano nel 906 dalla nobillissima famiglia Malena
volgendo le spalle al secolo si ascrisse all’ordine di S. Basilio: fuggì dalla
patria perché que’ cittadini spettatori delle sue virtù volevano a viva forza
toglierselo a Vescovo. Per non farsi conoscere, pellegrinando entrava nei
luoghi abitati con una pelle di volpe avvolta al capo, e la tonaca sospesa al
bastone, onde i monelli gli correan dietro gridando: Heus Bulgare Calogere! Fu
tra noi in questa contrada, edde stanza in Rocca Gloriosa nel Cenobio dei
Benedettini detto di S. Mercurio, e vi fabbricò un Romitaggio, et ibi cellulam
in rupe praecelsa delegit. ( Santoro in Hist: Carbon. Monast. F. 29 ) Abitò
pure nell’altro Cenobio di Benedettini in San Nazario. Indi fu trionfalmente
accolto in Montecasino, dove riformò i monaci di quel celebre Monastero,
trattenne 15 anni tra Benedettini di Casalucce. Era in Roma nel 997, quando
Gregorio V privò degli occhi del naso , e menò strapazzo per Roma l’Anti-papa
Giovanni Filegato già Vescovo di Piacenza , e grande intrigante , poiché
allora, come riferisce Cantù, gli adoprò i suoi buoni uffizii a prò di quello
sciagurato, benchè invamo, e però predisse l’ira di Dio al Papa, che infatti
morì ben presto. Egli fu il fondatore della celebre Badia di Grotta Ferrata in
Frescati, presso l’antico Tuscolo, 15 miglia distante da Roma. Chiuse i suoi
giorni in paterno di Capagna nel 1002. Di passaggio qui rifletto. Se fiorì nel
secolo X., è palpabile l’Anacronimo di coloro che lo confondono coll’altro S.
Nilo, che prima prefetto di Costantinopoli, poi Monaco ed Abate fu discepolo di
S. Giovanni Crisostomo, e frioì sotto Teodosio il giovane circa l’anno 440 (
Natale Alessandro Stor: Eccl: tom. X. P. 294 ).
Or
dalla vita di San Nilo si rileva che fabbricò un Remitorio in Rocca Gloriosa, e
fondò la celebre Badia di Grotta Ferrata in Frascati. Inoltre dal diploma di
Ruggiero si rileva, come ho accenato, che amplissima era la giurisdizione del
Rofranese Abate: si estendeva sopra undici Grancie descritte nel mondo
seguente.
1.
Grancia di S. Maria De Vita nel territorio di Laurino
2.
Di S. Zaccaria nel territorio di Diano
3.
Di S. Pietro del Tomusso nel territorio di Montesano
4.
Di S. Arcangelo nel territroio di Campora
5.
Di S. Matteo nel territorio di Policastro
6.
Di S. Pietro nel territorio di Rivello
7.
Di S. Nicola De Saracusa nel territorio del villaggio
chiamato Didascalea
8.
Di S. Nicola di Benevento nella città di Salerno
9.
Tutte le case,
che sono in Salerno stesso a Portanova. La contrada ritiene ora la stessa
denominazione.
10.
La casa di
Salerno alla Giudaica. Era dov’è ora la Parrochhia di Santa Lucia in Giudaica.
11.
La Grancia di S.
Maria de Siripi nel territorio di Sanza.La contrada ritiene l’antico nome
Si rileva in secondo luogo che il Romitorio di Rocca
non aveva relazione colla Badia di Rofrano, perché non copreso nella lista
delle Dipendenze o pertinenze del medesimo. Lo stesso dicasi alla grande ed
antica Badia Basiliana, ch’ era in Pattano, dell’altra antica Badia, ch’era in
Camerota , e dell’antichissima, ch’era in San Giovanni a Piro, dov’è sepolto il
celebre letterato Teodoro Gaza di
Tessalonica, che vi fu Vicario del Commendatario Abate Cardinal Bessarione.
Si rileva in terzo luogo, che le undici Grancie erano
annesse a Rofrano, non a Frascati; il Feudo apparteneva al preside della Chiesa
di Rofrano, il dritto di Asilo, e gli altri privilegi al Cenobio di Rofrano.
Frascati non v’è neppur nominato , perché fuori del Reame e della Giurisdizione
di Ruggiero. Forse Leonzio era abate di Rofrano, perché nella serie degli Abati
di Frascati non trovasi un omonom
sincrono di Ruggiero, come si assicura
il celebre D. Giuseppe Cozza Basiliano di Grotta Ferrata editore del Codice
Biblico Vaticano. Penso che la Badia di Rofrano prima indipendente poi fu assogettata
a quella di Frascati. Costa in fine che le Chiese di Rofrano, ed il suo Abate
hanno sempre avuto lo stesso titolo di Grotta Ferrata.
Quindi naturalmente sorgono i seguenti dubbi. S. Nilo
fondò egli nostro Cenobio, allorchè fu in queste contrade, o lo trovo già
fondato? La Badia di Rofrano ebbe il titolo di Grotta Ferrata da quella di
Frascati, o viceversa?
A me pare che lo trovò già fondato: primo perché il
greco Biografo di S. Nilo , che narra le altre fondazioni tacce di questa,
secondo perché altrimenti la nostra Badia nel breve spazio di una ottantina di
anni ( quanti ne corron da S. Nilo al Duca Ruggiero ) non potevan giungere di
grandezza, che descrivesi nel Diploma.Quindi parmi ancora, ch’essendo
postierore la fondazion e di Frascati potè solo ricevere non già dare il titolo
di Grottaferrata. La fondazione Apostolica, o i Martitri rendevano insigne una
Chiesa ne’ primitivi tempi; ma nel medioevo , quando la divozione delle
reliquie di due martiri, il nome è registrato nel libro della vita. Son quasi
intieri: due teschi, ossa bracchiali, curali, costole, capelli, sangue.
Riposavano in una Cripta con ferriata innanzi, e sulla Cripta era l’Altare
secondo il modello dell’Apocalisse. Da questa Cripta può ripetersi il titolo di
Grottaferrata senz’andare a cercarlo nella lontana Frascati. Così dallo
Speco di S. Benedetto ebbe il nome la
Chiesa del Sacro Speco. Se mi appongo, sia d’altri il giudizio; ma qualunque
questo sia, risulta, che se la fondazione fu di S.Nilo, quella di Rofrano nuovo
rimonta al X secolo, se fu anteriore, bisogna indietreggiare ancora. A tal fine
benchè scarso di libri, e di aiuti in un paesello, mi fo lecito proseguir le
indagini in tempi, nei quali si procede a tentoni fra scarsissimi ricordi, per
dirla con Dante, in secoli muti di luce.
In Rofrano Vetere esistono i ruderi di un Monastero,
che è ricordato ancora nella vita di S. Elena, o Eliena di Laurino. Secondo la
leggenda del suo Uffizio visse in una Grotta sopra Rofrano Vetere: il pio Abate
di quel Cenobio offriva qualche cibo alla parca mensa dell’austera Anacoreta,
che lo retribueva cucendo o rattoppando le tonache de’ Monaci nell’ore che
risecava alle sue sante occupazioni. Morì in quella Grotta or convertita in
Oratorio sacro al suo nome. Il corpo fu deposto nella Chiesa di Laurino sua
patri, e dopo varie vicende traslatato inAuxerre. Ibique tandiu quievit, donec
varios post casus Autisiodorum traslatum, uti ex Martirologio R. 11 Kal : Junii
: La traslazione delle reliquie secondo Volpi ( Cronologia dei Vescovi Pestani
p. 234 ) avvenne circa l’anno 534. Or ostratti gli anni necessari allo sviluppo
delle molte vicende accennate nella leggenda, e sotratti gli anni, che la Santa
passò presso quel Cenobio, deve conchiudersi, che quel Cenobio di Rofrano
Vetere esisteva già prima del 480, in cui nacque S. Benedetto. Dunque il
Cenobio non era di Benedettini, la culla de’ quali fu Montecasino fondato nel
529, ma sibbene di Basiliani, che dall’Oriente ben presto diffusero in queste
Meridionali province allor soggette al Greco Imperatore.
Anzi il Baronio nelle note al Martirologio R. scrive
che S. Elena fiorì a’ tempi di Teodosio il Grande, e di O norio
379 a 423. De eadem Helene Virgine item
hac die beda Vsuardus, Ado, et Petrus in Catalogo L. II. Mentio habetur
de eadem in rebus gestis S. Amatoris. Vixit temporibus Theodosii Senioris,
Honorii ejius filii, ut ex iisdem actis colligitur.
Ho qui contraria la leggenda dell’uffizio, e molti
valenti scrittori di Laurino, tra quali Niccolò Politi, che attribuiscono a’
Benedettini asssicura (( che sino a S. Benedetto, nel secolo VI, spesso sad
arbitrio del superiore si adottava una nuova regola , e spesso nello stesso
Cenobio erano in vigore più Regole, e si aggiungeva, e toglieva ciò che
chiedevano le diverse circostanze di tempo, e di luogo. Quindi era facile, e
promiscuo il passaggio da un Cenobio all’altro non solo de’ Latini fra loro, ma
anche tra Latini, e Greci)). Anzi mi
pare che il costume vigeva anche dopo S. Bendetto: altrimenti non può spiegarsi
quel che narra lo stesso Mabillon, cioè che verso l’anno 720 in
Montecasinoofficium faciebant Graeci, et Latini, cioè Basiliani, e Benedettini.
E neppure può spiegarsi di S. Nilo Basiliano tra Benedettini di Roccagloriosa,
di S. Nazzario di Montecasino, e di Casaluce. Può dunque dirsi che i Cenobiti
di RofranoVetere erano Basiliani in origine, ma all’apparie del celebre S.
Benedetto o ne adottarono per qualche tempo la Regola, o l’unirono all’altra di
S. Basilio. O se un maggior numero di Basiliani lor si soprappose nel Cenobio.
Sappiamo, che nel 980 sessanta Basiliani da Calabria fuggiti colla scimitalla
de’ Saraceni alle spalle occuparono il Benedettino Cenobio di Casalucce, e lo
resero rifugio a’ Bendettini di più austera disciplina. Sappiamo, che nel 762,
dopo i decreti dell’Iconoclasta Conciliabolo di Herea ( Lebean Storica del
Basso Impero) i Basiliani ripararono a Roma in si gran numero, che il Papa
Paolo fece della sua casa paterna un monastero, ed ordinò che l’officiatura si
facesse quivi in Greco. Adunque senza moltiplicar Cenobii, può senza grave
ostacolo ammettersi che i medesimi Basiliani di Rofrano Vetere migrarono col
popolo nel Nuovo, spinti da motivi, che non si sanno con precisione, ma che
spinsero tanti altri abitanti di luoghi piani, come RofranoVetere, a ridursi in
Rocce per arte o per natura inaccesibili, qual è Rofrano Nuovo. Nei secoli VII.
VIII, XI, in cui cader dovrebbe la migrazione, i paesi della Lucania furono
schermo infelice de’ Greci, de’ Longobardi, e de’ Saraceni: presi or dagli uni,
or dagli altri, sottrarsi al ferro nemico cercavano asilo, come le aquile sulle
creste de’ monti, ed in luoghi inaccesibili . Ma non sappiamo determinar l’anno
con precisione: l’orma del sandalo impresse sul nostro suolo da’ Basiliani
furon cancellate dal tempo: e si avvera qui pur una volta, che un mistero
avvolge le generazione, così tutte le origni.
III
Storia Civile ed Ecclesiastica
Gli Abati Basiliani da’ Normanni investiti del feudo,
e della Badia di Rofrano lo goverarono ne temporale e nello spirituale, e
preser cura delle dipendenti Grancie pel corso di 400 anni. I loro affari sul
principio prosperarono. Perché a’ tempi di Guglielmo il buono l’Abate di
Rofrano era padrone ancora di Caselle, vedebdosi dal Registro pubblicato dal P.
Borrelli, che per essa e per Rofrano offrì nella seconda spedizione di Terra
Santa, cioè nel 1187, dei soldati, e quindici servienti. Ma poi, secondo il
corso delle umane vicende, le cose andarono in dechino. La Badia, giusta
l’andazzo di que’ calamitosi tempi, fu data in Commedia, tra glia altri al
Cardinal Giovanni Colonna. La Commenda produsse i soliti effetti, la rovina de’
commendati.
Sotto gli Abati Commendatarii il Feduo di Rofrano nel
1476 agli 11 Gennaio fu venduto con Pontificio permesso in in Breve de’ 2
Gennaiol ad un Anello, o Antonio Arcamone di Napoli Conte di Fondi. Così narra
una Cronachetta, che serve di Preambolo ad un privilegio, con cui la nostra
Chiesa fu esentata da tasse, ed imposizioni Curali nel 1538. E’ premessa ancora
con la giunta delle posteriori notizie ad una rappresentanza del Clero contro
un Decreto di Monsignor Brancacci con cui nel 1652 provvedeva ad un servizio
della Badiale Chiesa. Ma l’Arcamone dall’Antonini è invece chiamato conte do
Borrello. Potrà così essere intitolato solo per anticipazione; perché in Banca
Figliola f. 454 si legge, che Anello Arcamone nel 1466 fu fatto Presidente
della Camera, e solo nel 1483 fu fatto Conte di Borrello. Gli vien contrastato
anche il titolo di Conte di Fondi, il Duca Melfi, ed il principe di Taranto non
presero cogli altri Baroni nel 1485, come assicura il Muratori, contro il Re
Ferrante ed intanto l’Arcamone Conte di Borello fu arrestato, e punito cogli
altri ribelli . Dal che potrebbe dedurdi, che l’Arcamone non era Conte di
Fondi. La difficoltà svanisce, riflettendo, che il Re Ferrante, come riferisce
il Sunmonte, fece proditoriamente ai 13 Agosto 1486 prendere l’Arcamone, e
molti altri suoi cortigiani, e gli processare non come insorti colgi altri
Baroni, ma sotto pretesto, che avessero avuto intelligenza co’ Baroni ribelli.
Ad alcuni fu mozzato il capo, come l’Arcamone, a tutti fu tolta roba e feudi di
sonno valore.
Neppure è vera la notizia dataci dall’Antonini, che
l’Arcamone comprò non per conto proprio, ma per suo cognato Petrucci conte di
Policastro, il quale Petrucci ne fece prender possesso di un commissario del Re
Ferrante. In un’istrumento del 1447 per Notar Masello De Leo, di cui ho copia
legale, Tommaso Allegro di Alessio di Rofranocompra un’orto nel luogo detto S.
Brancato, o Capizzi, che tuttor si possiede come Burgesantico da’ nostri
Baroni, ages nomine, et pro parte, dicti excellentissimi Domini, haeredum, et
succesorum. In un altro istrumento per los tesso Notaro de’ 27 Ottobre 1477 si
riferisc, che l’Arcamone teneva qui un tale anno Capitanio un suo pia in un
processo dell’Università di Rofrano per la buonatenenza contro il Conte di
Policastro, ed un’altra nel processo Pro Julia Ruffo ( moglie di Federico
Caraffa ) et aliis creditoribus contra Federicum Carafa comitem Policastri.
Banca Figliola f. 454. Nel 1497 v’era qui per parte dello stesso Arcmone
Rinaldo Longo in qualità di Governatore, come dimostrò qui appresso. Adunque il
titolo per cui il Feudo di Rofrano pervenne a Carafa non fu la prestesa compra
per procuratorem.
Il Feudo ricaduto alla corte per fellonia
dell’Arcamone fu concesso dal Re Ferrante a Giovanni Carafa Conte di Policastro
a’ 13 Marzo 1490 con Alberano registrato Q. 55 f. 221. Q. 58 f. 62-172 Q. 77 f.
270 Ferrante II. a 4 Febbraio 1496 confirmò la concessione ed aggiunse altre spoglie
de’ ribelli, come il Feudo di Alfano e di Sanza. La confirmò pure il Re
Federico a’ 5 Ottobre 1496 con Privilegio, che si trova presso S.R.C. nell’atto
intitolato Processus Originalis Universitatis et hominum Rofrani cum spectabili
Comite Policastri utili Dominio ipsius Terrae Banca Longo, poi detta di
Palermo, Scrivano Califano p.30.
Ma in quei torbidi tempi il possesso del Feudo il
possesso del Feudo non fu tranquillo. Ho già avvennata la congiura de’ Baroni
contro Ferrante, e la barbara vendetta, che questi prese nel 1486 de’ suoi
cortigiani: Peggiò trattò nell’87 i congiurati dopo che aveva loro accordato
piena perdonanza. Si potrà leggere presso gli storici come il Re ed i Baroni
gareggiarono di mala fede, in un secolo di famose perfidie, come la Mandella
Gaetana moglie del tradito Girolamo Principe di Bisignano salvò i figli
Bernardino primogenito, Giacopo, ed Onorato, trafugandoli in Roma: Antonello
San Severino Pincipe di Salerno travestito da mulattiere fuoriuscì, lasciando
sulla porta del suo palazzo in Napoli la scritta : Passaro vecchio non entra in
gabbia: insieme col detto Bernardino Principe di Bisignanonel corso di 10 anni
si adoprò per infiammiare Carlo VIII Re di Francia, ed i grandi di quel Reame
alla conquista del nostro Regno, ed alla rovina degli Aragonesi: di ritorno in
Italia si trovò in tutte le fazioni dell’esercito francese e fu ripristinato né
suoi stati: il Re Carlo, al cui cospetto eran fuggiti in Sicilia Alfonso di
Aragona, e Ferdinando suo figlio, partì dal Regno
Qual nembo; e turbo di volanti arenne
Corse, e vinse l’Italia, e’l volo ardente
Fermò del regno alle contrade amene:
Laddove l’ire intepidite, e spente,
Si volse, e per la via gloria impressa
Fuggio, temendo la vittoria istessa
L’esercito qui da lui rimasto fu pienamente sconfitto
sotto Atella della Lucania per valore del Gran Capitano Consalvo, dopo la
disfatta il Principe Bisignano con altri Baroni tornò all’obbienza di
Ferdinando II: morto questo il succedutogli Zio Federico assicurò i Baroni con
generale indulto, e col motto impresso in una famosa medaglia: Recedant vetera,
nova sint omnia: il Principe di Bisignano non solo perseverò nella divozione al
nuovo Re, ma per secodarne gli ardenti desideri, si adoprò per farvi tornare
ancora il Principe di Salerno ostinato a non fidarsi degli Aragonesi: non vi
riuscì , perché uscendo eglino una sera Castellonuovo di Napoli, ove il Re
dimostrava, un perfido Greco avventossi con un ferrò sulla persona del Principe
Bernardino, nella medesima anticamera Reale incontanente fu preso, ed
imprigionato, confessando di aver ciò eseguito non per ordine del Re, come già
si bucinava, ma per privata ingiuria ricevuta dal suo padrone: di ciò restò
persuaso Bernardino, ma crebbero sospetti nell’animo di Antonello: quindi non
pensò che armarsi, ed andò a fortificarsi nella Rocca di Diano, che reputavasi
inespugnabile: dopo varii avvenimenti di fortuna venne ad onorata
capitolazione, con patto di uscir dal Rengo, e ritirossi in Sinigaglia.
Ora un episodio di lunga tragedia trovo in un processo
intitolato: Lauare Monteporte cun Matthaeo Pacone in Banca Figliola. Vi figuran
testimonii i Rofranesi Notar Giovanni D’Alessio, D. Bartolomeo De Leo. Dalle
loro deposizioni a pag. 578, 579, 580, 582, e 583 si attingono queste notizie….
Nel mese di Luglio 1497, quando si aspettava Re Federico all’assedio di Diano,
dov’era il Principe di Salerno Antonello confederato con Guglielmo Conte di
Capaccio, questi, il Conte, dimorava in Rofrano da padrone, vi si divertiva
alla caccia, vi teneva Giulio Di Lucca da Sanza per Governatore ed Officiale:
il Di Lucca aveva fatto carcerare Rinaldo Longo Governatore per parte di
Antonio Arcamone: aveva seco cento fanti, il soldo e foraggio a carico di
Rofrano, ben s’intende, col braccio de’ quali pose a sacco, e fuoco la casa di
Notar Guglielmo D’Alessio , come parteggiante degli Aragonesi. Rofrano, preda
del più forte, al vedere sullo sdrucciolo i San Severino , ed udir le minacce
che il Conte di Policastro lo darebbe in balia dell’esercito Regio, decise di
rendersi al Carafa, ed il Sindaco cogli Eletti andarono a prestargli
ubbidienza. Partito da Diano il campo, il Conte venne tra Vassalli e li
compose, cioè, multò in ducati 400, di cui imborsò la maggior parte, condonò il
resto. Quante sofferenza del popolo mentre i tre si disputavano il Feudo!
Guglielmo San Severino Conte di Capaccio, insorto sotto bandiera del Papa
supremo Signore del Regno non riconesceva le concessioni Aragonesi. Carafa
conte di Policastro riponeva in queste il suo dritto. Arcamone prima cortigiano
degli Aragonesi, e poi sospettò di complicità co’ loro nemici, riceveva colpi
dall’uno e dall’altro.
I Basiliani, alienato il Feudo, eran rimasti nel Convento
pel governo spirituale del luogo. Ma il Carafa prese a malmenarli per tutte le
vie, e gli obbligò finalmente a sloggiare.
Per accenar qui le altre loro vicende. Fissaron la
sede nella vicina Grancia di Montesano, donde vegliavan sulle rimanenti
Grancie, e dove l’Abate D. Nilo Morangi
compilò nel 1710 Legale Platea de’ loro beni, alla quale va premesso il Privilegio
di Ruggiero tradotto dal Greco in forma probante: la confezione della stessa fu
accordata dal Vicerè Card. Grimani a’ 17 Agosto 1709, e munita di exequatur, et pubblicetur a’ 6 Giugno
1710. Ma non molto dopo la data della Platea la Badia trovasi passata in potere
de’ Certosini di Padula. Quel Priore dipinse alle Autorità come deserto il
Cenobio de’ Basiliani, ch’era nel perimetro del suo Feudo di Montesano, e
n’ebbe sia per compra, sia per donazione le pingui rendite, ed il titolo di S.
Pietro di Montesano allungò la filatessa altri titoli suoi. Ecco come racconta
il fatto Costantino Galla ( Memoric P.I.c.x.) che stampava le sue memorie nel
1732, cioè 22 anni dopo la compilazione della Platea.
((Montesano gloriavasi di aver pure nel suo tnimento un
opulente Grancia di PP. Basiliani sottto il dominio del loro Monistero di
Grotta Ferrata, ch’era situata in luogo amenoe delizioso, inaffiato da perenni
rivoli di cristalline acque; ma non è
guari, è stata essa venduta da qui PP. al Monistero di S. Lorenzo, che quivi
con tal compra ha fondato un'altra propia Grancia. Ed allora, che il priore
Certosino prese il possesso, che il menzionato fè di tal luogo, l’Abate
Basiliano, ch’era in custodia del medesimo, e che di ciò nulla sapeva (
destrezza di un Priore ! ) spavenatato di una tanta novità esprimendo queste
singole parole. Siamo dunque noi altri ridotti a partirci colle bisacce in
collo!!! Senza più cadde tramortito, e trminò tra le poche ore di vita)). Così
l’infelice vecchio eli all’annunzio dell’Arca Santa perduta, colto come da
fulmine svenne, rovesciò dalla sedia, morì. Or tu, Priore! In si luttuoso
spettacolo vedi il primo effetto de’ tuoi tranelli, e godi delle fraterne
spoglie, finchè ti è dato. Ma i Francesidestinati da Dio a renderli la pariglia
non so lontani.
Espulsi i Monaci, il Caraffa rideusse il Convento in
propia abitazione, ch’è l’attual Palazzo Baronale, dove tuttor si veggon
mattoni colle iniziali C.P. Conte Policastro, convertì in uso proprio beni
della Chiesa compresi nel Feudo, e , quel ch’è peggio, usurpò anche la
spirituale Giurisdizione, quando anche Archidiocesi importantissime, come
Milano, si lasciavano in Commenda a Principi secolari: si vegga Van Espen art.
Congrua, e Commende. Delegava un ‘Ecclesiastico col titolo di suo Vicario
Generale sopra proposta del Clero ad esercitare la spirituale Giurisdizione.
Uno di questo du D. Ruggiero di Napoli, un altro l’Arciprete D. Pompeo
D’Alessio. Essendo. Essendo Badiale Chiesa rimasta sfornita di Ministri, e di
rendite angariava ad uffiziarvi il Clero delle Chiese Curate. Giacchè fin da
quel tempo due ne aveva Rofrano, una sotto il titolo di San Nicola di Mira, e
l’altra di San Giovanni Battsista. Eran Ricettizie Familiari, cioè divise son
per territorio, ma per famiglie. Ciascuna fin da quell’epoca aveva duc.150
forse equivalenti a 450 de’ nostri. I Preti vi si ordinavano a titolo della
Chiesa, ad espio duc. 25 la tassa del Patrimonio, ciscuna poteva avere sei
partecipanti incardinati. L’Abate, o per esso il Vicario ogni mese sopra proposto
del Clero Ricettivo vi destinava un Prete ad esercitar la cura. Questo costume
di Curati amovibili eran generale nelle nostre Ricettizie, come si rileva da un
rapporto di Silvio GalassoVicario Apostolico di Capaccio diretto a Roma, e
dalla risposta della Sacra Congregazione riportata nella Collezione de’
Dispacci ( P. 1. Tom. 1. Tit. 27, n.1 )
Quale sia stato il governo del Carafa può dedursi dal
già detto, ma con chiarezza rilevasi dalla lunghissima serie di gravami, che,
come dal processo che ho citato, l’Università produsse nel S.R.C. contro
Federico Carafa. Pur debbo confessare che Rofrano, mal soffrì sempre anche il
moderato gioco de’ Baroni Laici, rimpianse il governo de’ Basiliani, forse non
a torto. Le Giurisdizioni signorili riuscirono meno vessatorie in meno di Abati
e Vescovi, che di conti e Baroni: il Prete era obbligato ad alcune virtù, da
cui il Laico si teneva dispensato. Chiudo le notizie di Carafa con una leggenda
che non è fuor di tempo, ne potrei tacere senza visitare la storia. Un servo
del Carafa vivente ancora a’ tempi del mio Cronista, ma curvo sotto il peso
degli anni ebbe la franchezza di presagire al Padrone l’esito delle due
prepotenze: gli narrò la favoletta dell’acquila: (( La quale ghemì all’altare
di Giove le arrostite carni, le portò agli aquilotti nel nido, e riprese il
volo per cercar qualche altra preda. Ma un carbone ardente ch’era rimasto
attaccato alla carne, appiccò il fuoco al nido, e l’incendiò con qli aquilotti
non ancora idonei al volo. )) Senza esser profeta potè indovinare, che i beni
Ecclesiastici vanno in crusca, e gli usurpatori finiscono per restar più
poveri. Non andò guari, ed i Carafa furono costretti a vendere il Feudo di
Rofrano, e quasi tutto lo stato, che oltre Policastro ed i suoi casalli allor
comprendeva altri nove feudi. La Giulia Ruffo moglie di Federico si unì coi
creditori per salva la dote, come al processo che ho citato. Si ha documento
autentico, che a’ 26 Settembre 1562 Federico Carafa vendè Rofrano a Scipione
Scondito per ducati 10,500 con R. assenso per verbum fiat, ma col patto de
retrovendendo. Ciò vuol dire, che non fu vera vendita, ma censo per danaro ad
interessi con cautela del Creditore sul Feudo.
Questo fu veramente esposto venale dal S.R.C. nel
1576.
Si licitò senza apprezzo: nell’asta pubblica restò a
Lucrezia Comonte Contessa di Barletta,
per Ducati 11,630 , e con R. assenso preverbum fiat ne fu stipulato istrumento
per Notar Donato Antonio Guariglia. Ma per nuove offerte presentate da Giov: Battista Minutolo
il S.R.C. ordinò nuova subasta, ed infine dopo varie vicende liberò il feudo
alla detta Camonte per ducati 13,400 , ed a’ 4 Giugno 1576 se ne rinnovò
l’istrumento con nuovo R. assenso allo
stesso Notar Guariglia. La compra, e l’assenso furon registrati Q. 92 f. 126.
La Camonte ch’era una virtuosa signora, per la lite
dei gravami pendente in S.R.C. venne a convenzione coll’Università. Il
Capitolato che costituì la legge municipale, si stipolò a 5 Dicembre 1576 per
Notar Aurelio Panzuto li Laurito. Ho letto oltre questa legge diversi
parlamenti di quell’epoca, in cui votavano i capicasa sugli affari
dell’Università a proposta del Sindaco, e di due eletti, e coll’intevento del
Luogotenente del Governo, e per quanto permettono i tempi, ne ho ammirata la
pratica prudenza. Ogni quattro anni si destinavano i luoghi pe lo pascolo, e
per la semina con molta precisione , ed in modo, che l’agricoltura non riusciva
a discapito della Pastorizia o viceversa: la terra non era svigorita da lunga
coltivazione, ed i numerosi armenti davano abbastanza d’ingrassi. I fondi
vicini al paese erano appadronati: appadronati quelli alle falde dei monti, ma
soggetti all’uso civico di pascolo per beneficio del moltissimo bestiame, che
nutriva su’ monti. Il pascolo, e la raccolta de’frutti ne’demanii dell’Università
erano comuni in guisa che ciascuno poteva mandarvi il bestiame, o raccoglierli.
Bisogno di danaro specialmente per liti co’Baroni, o per opere pubbliche, come
pel ponte sul Faraone, e per mulino dell’Università, consigliò, agli
amministratori il ripiego di vietar quell’uso in alcuni Demanii, per vendere
l’erba, ed i frutti: e così di mano in mano si costituirono le Difese Comunali.
Con tal regime l’Università aveva la rendita di ducati 1300, ed i privati eran
ricchi di animali, e di danaro come osserva il Tavolario Nicola Majone. La
legge de’Francesi, savia e giusta in se stessa, applicata a noi non produsse
benefici effetti. Disodati i monti si resero calvi, ed inetti al pascolo, ed i
torrenti rovinaro i sottoposti campi a danno della Pastorizia, e
dell’Agricoltura. E’ sempre vero, che gli inidvidui conoscono, e fanno meglio i
propii interessi, che le filosofiche
terorie di lontano governo: per assicurar la pubblica felicità non occorre
l’intervento della legge dapertutto, ma basta l’accorgimento del privato
interesse.
Or tornando alla buona Camonte, Ella sul principio
seguendo l’orme del Carafa elesse o confirmò piuttosto a suo Vicario nello
Spirituale l’Arciprete D.Pompeo D’Alessio. Costui funzionava in Rofrano, qual
Abate Nullius, come apparisce da una sua Discessiorale che ho sott’occhio
rilasciata a’ 13 Marzo 1575 al Sacerdote D. Leone Di Morra andato in Roma per
guadagnare le indulgenze dell’Anno Santo. Vi si firma Arciprete, e Vicario
Generale, ed ha Cancelliere Notar Gio: Salvio Ronsino. Ma nel 1583 la Contessa
rinunziò alla Giurisdizione Spirituale su Rofrano.
A tempi della Comonte la Sede di Capaccio era occupata
da Monsignor Lorenzo Belo. Questo al primo arrivo in Diocesi ammalossi in modo che per consiglio
de’ medici si trasferì a mutar’aria in Salerno, dove restò poi per tutta la
vita. Governava i sua vece la Diocesi il suo fratello Lelio in qualità di
Vicario Generale, e l’altro fratello Pompeo Vescovo di Bisignano vi teneva le
Ordinazioni. Lelio abusò dell’uffizio con si poca delicatezza, che pervenuta a
Roma la notizia della divolgata venale
ingordigia sua, il Papa destinò in suo luogo varii Vicarii Apostoli, cioè,
Orazio Fusco nel 1580. Silvio Galasso nel 1582, a’quali seguirono Girolamo
Moricone, Riccardo Riciotto, e Gaspare Nuziarello ( Volpi Cronologia, de’
Vescovi Pestani pag:120).
Silvio Galasso persuase la buona Comonte a rinunziare
alla sua Santa sede la sua assurda spirituale Giurisdizione, indusse il nostro
vicario D’Alessio ad un viaggio a Roma, sottomettere al giudizio della stessa
il caso di sua missione; e progettò l’unionedella Badia nullius alla Diocesi di
Capaccio: Il Clero assentì, ma perchè memore de' soprusi Leliani chiese cautele
ed esenzioni, e l'ottenne in parte. Gregorio XIII con Breve del 1583 diede il
governo spirituale di Rofrano al vescovo di Capaccio, e fece immune il Clero da
ogni tassa, imposizione, o sussidio, che imponer volessero i futuri Vescovi.
Degli atti emanati nel rincontro fu erogato istrumento ( V. Documento B ).
L'antonini vorrebbe dare il merito di quest'opera a Farao
successore di Comonte. Egli non ebbe sott'occhio i documenti .Il Decreto di
Silvio Galasso ha la data de' 16 giugno 1583.
La compra di Farao avvenne cinque mesi dopo. Lucrezia Camonte,
ed il suo figlio Ottavio Cognetti a 26 Novembre 1583 con istrumento per notar
GiovanPietro Origlia, e con R.assenso registrato Q. 77 f. 2. venderono a
GiovanBattista Farao il feudo di Rofrano. Stimo l'Antonini, da cui molto appresi
: solo l'amor del vero mi fa notare alcune inesattezze.
La divota Comonte banchettava splendidamente il Clero
uffiziante nelle feste della Badiale Chiesa, ed in fin del suo governo,
facendosi scrupolo de' mal percepiti frutti, ne compesava la Chiesa corredandola
di sacri arredi.Non pare però, che abbia restituito i beni alla Chiesa usurpati
dal Carafa; ma vi è ragione di credere che gli trasmise a Farao.
Infatti alla prima comparsa, che fece Giovan Battista Farao
nella chiesa, l'Arciprete D'Alessio colse il destro di ricordare, che il culto e
la manutenzione della stessa era a carico del Barone. Come questo peso senza la
trasmissione de' beni e dei frutti? La recisa negativa del Barone fu eseguita da
lui, e dal figlio e successore D. Ettore, arnese peggior del Padre secondo il
mio Cronista, al quale D.Ettore successe D. MIchele nel feudo fu esposto venale
dal S.R.C. e ne fu ordinato l'apprezzo, che a' 10 giugno 1632 si fece in
ducati 24,000 dal Tavolario Niccolò Maione. Nel 1650 fu liberato Girolamo
Capece per ducati 16,000, avendo consentito i creditori alla diminuzione del
prezzo. A Girolamo successe D. Pietro col titolo di Marchese. Onde l'abate
Troili nella descrizione della Provincia di Salerno segna - Rofrano Marchesato
di casa S.R.C. fu ordinata nuova vendita in damnum emptoris dietro nuovo
apprezzo eseguito nel 1678 dal Favolario Gennaro Pinto con intervento del
Consilgiere D.Pietro Cortes Commisario della causa, e degli avvocati e
procuratori de' creditori. Nel 1862 il.....
transcrizione non ancora ultimata ...continuare da pag.28
ristampa don Pasquale Allegro
|